Brindisi numero 2 – Brave New World

Non scrivo da mesi, ho cercato inutilmente la voglia di scrivere, di parlare, di esprimermi, ma devo onestamente concedere al fato che la mia voglia di credere è quasi scomparsa. Ho perso la fiducia nella gente e la speranza di cambiare veramente qualcosa. Oggi forse però riuscirò a mettere insieme i cocci di qualche pensiero sparso e ricavarne abbastanza per un altro brindisi annacquato. Ero appena rientrato a casa e sfogliando la home page del sito internet del corriere della sera mi imbatto in articolo dal titolo: “è possibile sognare un lavoro che non divori tutto il tempo?”. Incuriosito ho dato uno sguardo, ma mi sono soffermato sui commenti del lettori, che spesso offrono molti più spunti di quanti non ne dia il pensiero dell’autore. Ho trovato i racconti di chi ha dedicato la propria vita all’azienda per essere licenziato a 50 anni con un “arrivederci e grazie”, e ho anche trovato le ramanzine di chi rimpange i bei tempi in cui si lavorava zitti e chini per la misera pagnotta della sera. Prima di analizzare alcuni di questi commenti vorrei fare una piccola riflessione: ai tempi dei cacciatori-raccoglitori, quando la vita (non l’economia, la VITA, non sono sinomini…impariamo a distinguerli) di una comunità si basava su poche conoscenze e abilità facilmente trasmissibili i compiti potevano essere ben definiti ma sicuramente i vari componenti della comunità dovevano essere in grado di svolgere diverse attività per garantire la propria sopravvivenza e quella di tutta la comunità. Con il passaggio all’agricoltura cominciò un processo di specializzazione che in ogni caso, almeno fino ad un paio di secoli fa, era ancora molto lontano dal livello alienante e totalizzante che si è raggiunto ai nostri giorni. Perfino 50 anni fa i nostri nonni, o i nostri padri, potevano essere allo stesso tempo capaci di svolgere contemporaneamente, almeno a livello amatoriale, le attività di agricoltore, cacciatore, falegname, calzolaio, sarto, soldato…..mi fermo ma la lista potrebbe continuare. Detto in parole povere i nostri nonni, o i loro padri, dispersi durante la guerra che dovettero affrontare chilometri a piedi fra il freddo e i pericoli delle terre di guerra ce la fecero grazie ad una buona dose di fortuna ma soprattutto perchè avevano uno know-how (letteralmente sapere come) personale maturato con l’esperienza diretta che gli permetteva di resistere ai rigori di una vita improvvisata ed in condizioni ai limiti della sopravvivenza umana. Se un ragazzo di 18 anni o di vent’anni europeo si trovasse oggi nella stessa situazione avrebbe sicuramente molte più difficoltà, essendo incapace di quasi qualcunque attività base della sopravvivenza. La moderna società fondata sul lavoro è in realtà un complesso macchinario che si regge sualla specializzazione. Ognuno di noi sa fare una cosa, ed una soltanto, e deve saperla fare al meglio, altrimenti non ha speranze di carriera. Oggi non si premia più la capacità di essere poliedrici e di sapersi adeguare alle nuove situazioni, ma la capacità di diventare i migliori in una determinata abilità lavorativa. Nonostante il mito sbandierato della flessibilità nell’ambito lavorativo non è richiesta la capacità di saper fare tante cose, quanto quella di saperle farte perfettamente. Ritengo sia evidente come di fronte all’aumento vertiginoso delle conoscenze (per chi si ritrova a lavorare in ambito scientifico- teconologico) ed alla velicità con cui mutano le richieste del mercato sia praticamente impossibile per il 99% delle persone essere capaci di reggere un simile sistema per più di qualche anno. Per chi conosce un minimo di storia della scienza basta pensare a come fino a qualche secolo fa i più grandi scientiati erano spesso contemporaneamente fisici, astronomi, biologi e chimici. Oggi è sempre possibile esserlo, ma ovviamente sarebbe improponibile per quasi chiunque essere anche solo fra i 100 migliori in tutti questi campi contemporaneamente. Ma adesso vediamo alcuni di questi commenti(sottolineati):


Se a 29 anni sei immerso nella precarietà (uomo o donna) sarà mica, forse, colpa anche tua? O sempre e solo del sistema brutto e cattivo? Talmente brutto e cattivo per cui uno (o una) sceglie di “stare a i margini…”

Questa è una delle critiche che spesso viene mossa a coloro che hanno difficoltà a trovare lavoro, e cioè che se non si trova posto nella società la colpa non è della società ma di chi non si adatta ai suoi meccanismi. Bene, un attimo di respiro, io personalmente sono stanco del buonismo e delle parole educate…voi la pensate come me? non me ne frega un cazzo…in ogni caso dirò quello che penso con le parole che ritengo più adatte alla questione. L’affermazione di cui sopra è una cazzata!!!!! Si , avete capito bene, è una cazzata….perchè molto banalmente la matematica non è un opinione, e se il sistema stesso richiede flessibilità e precarietà al lavoratore è implicito che ci saranno sempre precari, a prescindere dalla qualità media de lavoratori. Percui anche in un ipotetico mondo perfetto (chissà poi quanto…) in cui tutti fossero lavoratori instancabili ed abilissimi avremmo comunque un’altissima percentuale di precari. Si tratta di una banalità talmente ovvia che non sarebbe nemmeno il caso di parlarne, ma evidentemente la logica e la matematica non sempre trovano il loro posto nelle logiche politiche ed economiche…perlomeno quando non conviene a qualcuno…. C’è una sorta di ricatto, che viene percepito da chi è capace di rendersi conto che nella vita c’è altro oltre al lavoro, nella richiesta da parte del mondo del lavoro di dedicarsi in modo totale alla propria attività lavorativa. L’essere umano non è più persona, è oggetto, mezzo di produzione, e vale per quanto produce…alla faccia dei tanto sbandierati principi cristiani dell’occidente. Tu vali in base a quanto produci, e poco importa la tua caratura morale, poco importano le tue attività extra-lavorative (che parola di merda per descrivere quella che in realtà è la nostra vita!….crescere i figli, vedere gli amici, stare con la persona che si ama, prendersi cura dei propri genitori avanti con gli anni…sono tutte attività extralavorative, ma suonano meglio se chiamate con il loro nome…cioè VIVERE). Paradossalmente l’operaio a nero che prende 40 euro al giorno per 10-12 ore di lavoro è visto come una persona da poco, perchè in fondo se fa quel lavoro è perchè non ha voluto/saputo fare carriera, mentre il filibustiere specializzato in truffe e strozzinaggio che fattura milioni viene considerato persona degna di tutti gli onori perchè persona che si è fatta da sé….trascurando spesso come questa autocostruzione sia avvenuta….

Ma quale ricatto?!? “Se non lavori come una pazza non fai carriera” non è un ricatto! La gente soffre di delirio di onnipotenza, è afflitta dal morbo del “ma anche”.. Edison dormiva in laboratorio, i Curie per il lavoro sono morti, Rita Levi Monatlcini ha rinunciato (sue parole) a creare una famiglia, Bill Gates era sì Sleepless in Seattle, ma sepolto in un garage con Paul Allen: è questione di scegliere cosa si vuole combinare nella vita. Il mondo è pieno di posizioni lavorative tranquille, routinarie, mediocri, pagate quel poco che meritano di essere pagate. Se volete “la vita”, “la salute”, “la famiglia” potete sceglierle. Ma no! Volete essere ingegneri che non si muovono da casa, che lascian cadere la penna alle 17:00, che passano il finesettimana a girare per musei e cattedrali per tutta Europa, che crescono pargoli prodigio seguendoli passo passo anche alle lezioni di clavicembalo, che hanno marito, amante e pure trombamico (e con tutti e tre un’intesa sentimental-sessuale perfetta!). E, nei ritagli di tempo, volete pure stirare le lenzuola con gli angoli, altrimenti il 10% di casalinga anni ’50 che compone la vostra caleidoscopoica personalità omnicomprensiva potrebbe risentirne e cadere in depressione da inadeguatezza.

Al commento in questione sfugge il fatto che per Edison la ricerca non era solo un lavoro, era la sua vita, dubito che lo stesso si possa dire per chi oggi è costretto per campare a pulire il pavimento dell’aspirante Edison di turno. Se la mia passione è ricercare la conoscenza attraverso la scienza non è certo un sacrificio terrbile utilizzare una parte anche consistente del tempo libero per impegnarmi più a fondo nel lavoro, posto che ovviamente il mio lavoro coincida con quel lavoro. Ma mi sembra ovvio che la stessa cosa non si possa chiedere a chi pulisce i pavimenti, o forse qualcuno sostiene di averlo sognato da bambino? “Tu cosa vuoi fare da grande?” “Quello che pulisce i pavimenti della scuola, signora maestra!!!” Eppure qualcuno dovrà pur farlo, ma chiedergli di dedicarsi in modo totale al suo lavoro non significa chiedergli abnegazione (che cazzo di abnegazione volete da uno che pulisce i pavimenti per 700 euro??) significa considerarlo non una persona, ma un’aspirapolvere, un oggetto senza vita da usare senza tanti complimenti.  A me piacerebbe essere un calciatore di serie A, o un giocatore di basket in NBA, pagato milioni per fare quello che più mi piace, ma non ho le qualità per farlo. Se le avessi non mi lamenterei di allenarmi anche 10-12 ore al giorno, perchè se avessi il tempo e non dovessi dedicarmi allo studio probabilmente io giocherei a calcio o a basket per 10-12 ore al giorno, anche senza essere pagato per farlo. Quindi è evidente che non sarebbe un sacrificio. Adesso alzi la mano chi pensa di voler fare lo stesso per pulire i malati in ospedale, o i cessi, o i pavimenti, o per raccogliere la spazzatura. Sinceramente….Chiedere a chi svolge un simile lavoro di viverlo in modo totale non è assurdo…è criminale…Ma la nostra società si evolve proprio verso questo…dei robot cresciuti per alimentare l’infinito ciclo: produci – spendi – consuma – produci per consumare – consuma per produrre.

C’è un gran numero di persone , ben rappresentate dalla manager che intervenne alla trasmissione radiofonica di radio tre “tutta la città ne parla” il 20 aprile scorso, che pontifica sulla poca voglia di mettersi in gioco dei giovani. Dove mettersi in gioco significa: lavorare certo non solo 9 ore (!) , certo non a dieci minuti da casa (trioppo comodo!), certo accettando viaggi all’estero anche improvvisati in nome della solita flessibilità….E la vita? E la salute? E la famiglia? Quando la smetteranno di ricattarci con il fannullonismo se solo ci azzardiamo ad eccepire qualcosa a questo sistema di concepire il lavoro? L’unica via è sottrarsi, mettendo in discussione i fondamenti stessi sui quali si basa. Questa è la mail che ho mandato alla trasmissione che citavo prima e che mi ha tanto indignato.
Se la matematica non è un opinione, mi piacerebbe sapere di quante ore è composta la giornata della signora top manager.
L’ dentikit del lavoratore tipo richiesto dal mondo da lei delineato lavora ben oltre le “classiche 9-18” ( 9 ore ), lavora distante da casa ben oltre i classici “10 minuti da casa” ( tempo di spostamento?) ed è votato completamente al lavoro, parte quando gli è richiesto per ovunque senza battere ciglio, e, aggiungo io, senza avere null’altro nella vita che il lavoro. Perfetto per il mondo che esiste ora, lontano anni luce dal mondo che vorrei per me e per i miei figli. Perfetto anche per finire nel giro di pochi anni sul lettino di uno psicanalista. Riprendiamoci il lato umano del vivere e freghiamocene delle accuse di fannullonismo. E’ solo un ricatto morale a cui mi ribellerò sempre.
Monia
Ripe (AN)

Questo è il commento perfetto, non c’è altro da aggiungere, perchè la PERSONA in questione (non il LAVORATORE in questione) ha colto perfettamente il senso della questione. Non si può pensare di vivere la propria vita immersi nel lavoro trascurando tutto quello che esiste nel mondo. Dobbiamo ricordarci che lavoriamo per vivere….non viviamo per lavorare….se il nostro lavoro è così totalizzante da impedirci di raccoglierne i frutti forse è arrivato il momento di rallentare….

Ho 35 anni, e come mio marito, ho trascorso più di 10 anni passando da un’azienda ad un’altra, inseguendo guadagno e carriera. Tutte le società in cui ci siamo trovati richiedevano PIENA disponibilità di tempo e impegno (salvo poi dare il benservito ai dipendenti senza troppi complimenti). Non abbiamo resistito. Ci siamo licenziati e trasferiti dalla grande città in provincia per recuperare il nostro tempo ed il contatto con la natura, per cercare di creare una piccola impresa che ci permetta di stare a contatto con ciò che ci piace fare e per provare ad avere un bimbo, visto che nel vortice della precarietà non è possibile contemplarlo…Rallentare diventa un atto necessario ma non è facile invertire la rotta produci-consuma (anzi paga)…

E se è comprensibile scegliere di lavorare 12 ore al giorno per 1000 euro perchè altrimenti si muore di fame e non si campa lo è molto meno lavorare 12 ore al giorno per 10000 euro quando se ne otterrebbero 5000 lavorando 6 ore. Semplicemente perchè non avendo il tempo di vivere i 9000 euro in più che si ottengono rispetto al lavoratore comune non hanno uno scopo, semplicemente perchè se passi la vita chiuso in ufficio o comunque dedicando tutto il tuo tempo al lavoro quesi soldi in più non puoi usarli, se non per un cellulare dal prezzo spropositato o per un abito firmato dal costo ridicolmente e stupidamente gonfiato. E va da se che questo problema è anche e soprattutto un problema politico, perchè se è vero che esistono i disoccupati è lampante il fatto che per produrre quello che ci è necessario (anzi…per produrre anche tutto quello che è superfluo e inutile) si potrebbe lavorare tutti di meno, ma lavorare tutti. Ma è evidente come sia interesse di chi guadagna da questo stato di cose mantere tutto così, poichè un sistema malato come il nostro, che causa la povertà, obbliga ad accettare condizioni di lavoro (e di vita) disumane (per una società che si vanta di essere la migliore mai realizzata nella storia dell’umanità) per non soffrire la fame, poichè il sistema spinge chi non ne avrebbe bisogno a lavorare di più per consumare (inutilmente, dannosamente, criminalmente) di più, tutto questo allo scopo di convicerci non che il lavoro è per l’uomo, ma che l’uomo è per il lavoro, per convincerci che nella vita ciò che conta è il lavoro, legato indissolubilmente al consumo. Tutto il resto è irrilevante. Se un uomo passa il suo tempo libero a riflettere su problemi di filosifia, o sulla conoscenza, o sulla vita, è uno scansafatiche, un fannullone, non è produttivo e quindi non consuma…l’unico vero crimine che la nostra società condanna sempre. Al contrario, un uomo (e personalmente fatico a considerarlo uomo, è molto più simile ad una macchina) che passa il proprio tempo libero a riflettere su come costruire su un terreno non edificabile delle case di cui non esiste neanche il bisogno è uno che si impegna, è produttivo, è in gamba. Aristotele, Platone, Galileo, Michelangelo, Einstein, perfino Edison, secondo voi a quale tipologia di uomo appartenevano fra le due appena elencate?

Il libro che forse meglio descrive la nostra società è senza dubbio Brave New World (IL Mondo Nuovo, nella traduzione in italiano), di Huxley, scritto prima della seconda guerra mondiale, ma talmente attuale e futuristico da fare accaponare la pelle perfino al più ottimista. Ma no, tranquilli, non leggetelo….le 6-10 ore necessarie potete passarle molto meglio cercando le foto dell’ultimo iphone sbavando mentre pensate a come raccogliere i soldi da buttare nel suo acquisto, che cazze ve ne frega di conoscere la merda di mondo in cui vivete? (chiarisco per i perbenisti che l’uso delle parole merda e cazzo non è semplice conformismo in stile scrittore maledetto, le parole sono usate alla stregua di figure retoriche come rafforzativi….spero il concetto non sia troppo complicato).

Intanto fra un a breve ci verrà chiesto di esprimerci con l’unico mezzo che veramente si avvicina al concetto di democrazia: il referdum! Se siete convinti che non si vota più sul nucleare ho una notizia per voi…siete degli IMBECILLI…vi siete fatti infinocchiare un’altra volta. Si vota ancora perchè il governo non ha cancellato il programma nucleare lo ha solo fermato e posticipato di un anno. E si vota ancora anche, e soprattutto, per cancellare l’assurda normativa che vuole privatizzate le fonti idriche. Se siete convinti che sia un bene privatizzare l’acqua vi faccio i più sinceri complimenti….siete ancora più imbecilli. Personalmente il legittimo impedimento è quello che mi interessa di meno, ma con un governo così è mandatorio che voterò comunque per cancellarlo. In ogni caso, a scanso di equivoci, se volete dire NO al Nucleare, NO all’acqua privata, No al legittimo impedimento, dovete votare SI  a tutti e quattro i quesiti. E gentilmente fate il passaparola, perchè se aspettiamo che se ne parli in televisione facciamo prima a trasferirci da qualche altra parte. Privatizzare l’acqua significa rinunciare ad un bene che appartiene a tutti, significa rendere merce un diritto!!! ma che sto a parlare di diritto….voi volete l’iphone….come si fa a fare i fighi con i diritti?!!!!

Vi saluto, il brindisi di questa volta è dedicato a quello che è e rimane senza dubbio il mio scrittore preferito: R.A.Heinlein….eccovi una sua citazione in tema con questo brindisi….

Un essere umano deve essere in grado di cambiare un pannolino, pianificare un’invasione, macellare un maiale, guidare una nave, progettare un edificio, scrivere un sonetto, tenere la contabilità, costruire un muro, aggiustare un osso rotto, confortare i moribondi, prendere ordini, dare ordini, collaborare, agire da solo, risolvere equazioni, analizzare un problema nuovo, raccogliere il letame, programmare un computer, cucinare un pasto saporito, battersi con efficienza, morire valorosamente. La specializzazione va bene per gli insetti. (R.A.Heinlein)

LiberaMente Libero,

il vostro Filosofo di Merda!

….eternamente…mbriacamente…Peter Pan

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3 Risposte to “Brindisi numero 2 – Brave New World”

  1. Valentina Says:

    Pensare che un giorno anch’io sarò parte di questo grande ingranaggio mi spaventa. Se non ci pensi fai quello che devi fare e basta; ma se ci rifletti ti accorgi del fatto che, facendo quello che gli altri dicono di fare, seguendo le convenzioni che la società odierna impone, ti stai lasciando vivere. E’ la società che vive la tua vita, nel senso che la sfrutta per servirsi di te e di ciò che puoi essere capace di fare per permetterle di continuare a prosperare. Ed a noi, a questo punto, cosa resta da fare, se non assecondare ciò che essa “comanda”?! Ormai è così. La vita di ogni essere umano, o di buona parte, fate un po’ voi, si fonda solo e soltanto su una cosa: il profitto. Siamo macchine, non esseri umani. E sembriamo pericolosamente avvicinarci sempre più al Mondo Nuovo di Huxley.
    Per quanto io non apprezzi Marx, devo dargli ragione su una cosa: il lavoro è standardizzato e privo di senso. L’uomo, ormai, può solo lavorare, tutta la sua vita è determinata dal lavoro. Dovremmo, invece, prendere coscienza di noi stessi, riappropriarci della nostra essenza di uomini e cominciare una volta per tutte a vivere, riprendendoci il nostro bisogno di “gustare” la vita. Qualcuno cantava: “siamo donne, oltre le gambe c’è di più”… Io cambierei così: siamo esseri umani, oltre il lavoro c’è di più. C’è la vita stessa. Come hai detto tu, Vincenzo, “dobbiamo ricordarci che lavoriamo per vivere….non viviamo per lavorare”.

    Bellissima la citazione di Heinlein.

  2. federica Says:

    Che dire?
    Sono d’accordo, da fottuta precaria (anzi, impiegata a tempo determinato, a loro piace di più) ti dico che è vero… Ci spremono come limoni, ci vedono solo come numeri (“quante pratiche sono state fatte qui? quante lì? quante da lui e quante da lei? quante erano nello stesso periodo l’anno scorso? dobbiamo farne 12mila!” -ragazzi, siamo solo numeri -o se preferite, codici fiscali!!-)
    Sono parte di questo sistema, aiuto a far numeri, lavoro 9 ore al giorno senza che l’ora in più mi venga pagata (“la mettiamo in banca ore!!”), lavoro per 4 mesi all’anno e per il resto cerco disperatamente un lavoro che non mi uccida moralmente, il mio contratto è al limite della legalità perché i miei “capi” sono protetti dai sindacati…però mi pagano ragazzi, sono comunque circa 4000€ all’anno, e purtroppo voglio andare a vivere da sola, voglio una famiglia, voglio dei figli, e per farli ci vogliono i soldi, quindi non posso fare altro che guadagnare quando posso e mettere da parte…
    Trovo che tutto questo sia vergognoso, ma noi non abbiamo modo di sottrarci a tutto questo…o quanto meno io non vedo come…

    • Purtroppo, quando ci si trova sul gradino più basso, cioè nella condizione di dover accettare qualunque ingiustizia pur di racimolare in necessario a tirare avanti è impossibile abbandonare la piramide. Se ne può uscire solo nel momento in cui, sempre che ci si arrivi, si passa al gradino successivo. Cioè quello in cui il lavoro ce l’hai e rinunciando a del denaro extra che non ti è strettamente necessario puoi ritrovare gli spazi di cui necessiti. Questo dal punto di vista del singolo. Come collettività l’a vera soluzione sarebbe spingere per una legislazione non più guidata dal mito del profitto, ma dal desiderio di una vera società fondata sull’uomo. Questo però mi sembra al momento troppo utopistico, persino i “comunisti” parlano di lavoro e reddito, non di modus vivendi. Del resto la nostra repubblica è fondata sul lavoro (e fra i padri costituenti i comunisti erano in tanti) non sull’uomo…non sulla vita.

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