Veltroni e Jefferson ( Darwin di gennaio/febbraio 2008 )

In questi giorni è in discussione la bozza della Carta dei
Valori del nuovo Partito Democratico. Tra i contenuti che più la
caratterizzano, in modo sorprendentemente antitetico rispetto alla tradizione
liberale del pensiero politico, spiccano le tesi circa la rilevanza che i
valori religiosi dovrebbero avere nella sfera pubblica, e quelle sui limiti da
porre alla libertà di ricerca a partire da assunti di liceità morale e
convenienze sociali e politiche.

Non vi sono prove storiche o funzionali del fatto che
dall’esperienza religiosa scaturiscano energie morali che rappresentano un
elemento vitale della democrazia: Vi sono se mai prove storiche del contrario.
Mentre, per quanto riguarda gli aspetti funzionali, qualche dubbio circa la
validità della tesi espressa nella Carta emerge dai numerosi studi sociologici
e antropologici sull’effettiva capacità delle credenze religiose di
rappresentare una sana guida morale per gli individui e la società. Gli
estensori della Carta forse dovrebbero rileggere il dibattito che portò alla
Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino (1794).  Ma senza volerli forzare a confrontarsi con
testi illuministi, che oggi a destra e a sinistra ci si affretta a condannare
ogni volta che lo chiede Papa Ratzinger, potrebbero leggere le riflessioni sul
rapporto tra stato, politica e religione dei cosiddetti Fondatori degli Stati
Uniti d’Amrerca. Si trattava di figure, a parte Benjamin Franklin,
profondamente religiose, e che in maggioranza pensavano addirittura che senza religione
non vi potesse essere una sana moralità personale e pubblica. Ma si sono ben
guardati dal sostenere che la religione dovesse giocare un qualche ruolo nelle
scelte riguardanti la sfera pubblica. Jefferson, Madison, Adams, Rush erano
consapevoli che qualsiasi alleanza o coalizione fra i valori della convivenza
civile e quelli dell’appartenenza religiosa avrebbe danneggiato sia un governo
democratico sia le religioni.

L’atteggiamento nei riguardi della libertà di ricerca è
ispirato dai confitti tra valori religiosi e laici rispetto ai temi caldi della
bioetica, dalle scelte di fine vita a quelle riguardanti gli usi delle
tecnologie genetiche e cellulari applicate alla riproduzione e al potenziamento
della salute. Su questo versante si evince però una contraddizione tra
l’opzione di limitare la ricerca e la proposta di usare lo strumento della
democrazia cognitiva per risolvere le controversie. Ma la contraddizione è
apparente. Nel documento la democrazia cognitiva non viene assunta
nell’accezione tradizionale del pensiero liberal-democratico, cioè come
formazione e istruzione continua dei cittadini per migliorare la razionalità
delle scelte. Ma come comprensione delle implicazioni degli sviluppi
tecnico-scientifici e dei dilemmi etici che essi possono sollevare. Più che di
democrazia cognitiva si dovrebbe parlare di democrazia etica, che non è molto
diversa dallo stato etico.

E’ difficile immaginare qualcosa di meno funzionale per il
progresso civile, economico e morale di una società moderna della sottovalutazione
del ruolo educativo che l’istruzione scientifica svolge nel favorire la
comprensione e il rispetto dei valori democratici. Anche questo avevano capito
i Fondatori. Spinti da Thomas Jefferson adottarono, fra le prime leggi, un atto
che mirava a potenziare l’istruzione liberale dei cittadini. Il timore era che
se fossero stati lasciati in preda ai loro impulsi naturali, magari guidati
solo dall’esperienza religiosa, non avrebbero mai capito i vantaggi della
democrazia.

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