Fascismo e Neofascismo, parole da usare con cura (lettere al Corriere)

FASCISMO E NEOFASCISMO PAROLE DA USARE CON CURA


Condivido
la sua tesi riguardo alla violenza giovanile (in base alla quale il
suddetto fenomeno sarebbe rigorosamente apolitico e apartitico), ma non
la sua analisi del cosiddetto "neofascismo". Il suo errore è quello di
confondere il fascismo (inteso sia come regime che come periodo
storico) con il neofascismo. E un’analisi più accurata di quest’ultimo,
dai suoi albori sino ai tempi più recenti, la porterebbe a capire come
questa corrente sia indissolubilmente (e unicamente) legata a quella
"dimensione violenta" che aveva a sua volta contraddistinto, seppur in
modo minore e in ben altro contesto, il ventennio mussoliniano. Non è
quindi un caso che il lettore definisca "neofascisti" i vandali che
affollano i nostri stadi: perché il neofascismo è imperniato su
ristrette cerchie di violenti, non su "milioni di italiani".

Alberto Magnani, | bonzo_17@hotmail.it

Caro
Magnani, Anche neofascismo, come fascismo, è una categoria molto
imprecisa. Agli inizi è soprattutto l’erede di quel fascismo socialista
e rivoluzionario che fu l’ideale di molti esponenti della Repubblica
sociale italiana. Credevano nel fascismo delle origini, erano convinti
che gli ideali del movimento fossero stati traditi dai molti compagni
di viaggio che il regime aveva imbarcato lungo la strada, speravano che
il crollo della monarchia avrebbe offerto al partito la possibilità di
fare ciò che non era stato possibile realizzare durante gli anni Venti
e Trenta. Accettarono la guida di Mussolini perché erano affascinati
dal suo carisma o, più semplicemente, lo ritenevano utile alla loro
causa. Ma quando deploravano il tempo perduto pensavano anche a lui e
al trasformismo di cui aveva dato prova nel corso del suo regime. Se i
tedeschi lo avessero permesso, avrebbero socializzato tutte le grandi
imprese e messo in prigione i "capitani del vapore", come venivano
definiti i maggiori industriali. Non vi riuscirono perché la Germania
aveva bisogno di industrie funzionanti. Ma uomini come Giuseppe Volpi,
Vittorio Cini e Alberto Pirelli corsero parecchi pericoli. Gli ideologi
di Salò li detestavano più di quanto non detestassero i comunisti a cui
erano legati da un rapporto di odio-ammirazione. Più tardi, col passare
degli anni e il cambiamento del paesaggio politico, il Movimento
sociale italiano cominciò a cambiare pelle e a dividersi in varie
tendenze. Per molti giovani (tra questi Gianfranco Fini, suppongo) fu
soprattutto una sorta di ribellione contro i canoni convenzionali
dell’Italia democratica o una rivolta trasgressiva contro le sue
liturgie. Furono violenti, senza dubbio, ma lo furono in una Italia
violenta che rimase pericolosamente per alcuni anni, dal ’68 in poi,
sull’orlo della guerra civile. Vi fu poi anche, nella famiglia
neofascista, una sorta di nostalgia per una immaginaria età dell’oro
della patria, un sentimento molto simile a quello che agitò i grandi
settori reazionari della società francese – borbonici, orleanisti,
bonapartisti-negli ultimi decenni dell’Ottocento. Sono queste, caro
Magnani, le ragioni per cui penso che sarebbe meglio evitare di
ricorrere alla parola fascismo o neofascismo quando parliamo di ciò che
accade oggi in Italia. Le due parole stanno bene nei libri di storia,
dove vengono generalmente maneggiate con una certa cura. Ma stanno
malissimo nella cronaca dei fatti correnti.

Risponde Sergio Romano

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