lettere al corriere 15 dicembre

Il dibattito e il referendum sulla legge elettorale

A
metà degli anni Ottanta, in una Francia che era sul punto di cancellare
le riforme di de Gaulle e di tornare alla quarta repubblica, Maurice
Duverger scrisse un bellissimo libro intitolato «La nostalgie de
l’impuissance». Spiegava che il ceto politico è periodicamente assalito
da questa terribile sindrome, che lo spinge a distruggere ogni
meccanismo di stabilità e di efficienza e a tornare all’immobilismo e
alla incapacità decisionale; sistema nefasto per il Paese, ma che
assicura ai politici la inamovibilità. La politica italiana è oggi
dominata dalla «nostalgia dell’impotenza». Proprio per questo sono
rimasto colpito dall’appello in difesa del maggioritario che, su
iniziativa di Franco Debenedetti, trentaquattro personalità
dell’economia e della cultura hanno pubblicato sul Sole 24 Ore
del 6 dicembre. Vi si leggono concetti chiarissimi, che tanti vogliono
dimenticare: «Del sistema proporzionale abbiamo sperimentato opacità,
instabilità e ingovernabilità. Dissesti nei conti pubblici e
lacerazione della correttezza amministrativa». Lei pensa che questo
gesto scuoterà la classe politica, la spingerà a considerare che solo
una riforma in senso veramente maggioritario e una riforma
costituzionale che assicuri al governo stabilità e potere decisionale
(penso al «sindaco d’Italia») possa fare uscire l’Italia dall’impasse?
Oppure spetterà ancora una volta ai cittadini, come nel ’91 e nel ’93,
scegliere tra la paralisi e il balzo in avanti?
Mario Segni , msegni@tin.it

Caro Segni,
In un sistema politico frammentato come quello italiano ogni progetto
di legge elettorale nasconde un disegno. I negoziatori sono i partiti,
e ciascuno di essi è disposto a prendere in considerazione soltanto la
legge che gli permetterà di sopravvivere e, possibilmente, conquistare
qualche seggio in più. Il maggioritario avrebbe due effetti positivi:
permetterebbe agli elettori di scegliere i loro rappresentanti e
semplificherebbe considerevolmente il quadro della politica nazionale.
Ma è questa probabilmente la ragione per cui ha scarse possibilità di
essere approvato da deputati e senatori che con quel sistema non
sarebbero rieletti. In questa situazione, quindi, la scelta non è fra
il proporzionale e il maggioritario, ma fra varie forme di
proporzionale. Ed è lecito immaginare che la nuova legge, se verrà
approvata prima del referendum di cui lei è promotore, sarà il
risultato di un laborioso compromesso destinato ad accontentare il
maggior numero possibile di forze politiche. È difficile immaginare che
una tale legge, confezionata per piacere alla maggioranza, serva a
meglio governare il Paese. Luca Ricolfi ha ragione quando sostiene,
come ha fatto in un articolo apparso ne La Stampa dell’11 dicembre, che
tutto dipende in ultima analisi dalla qualità della classe politica. La
nostra, purtroppo, sembra pensare a se stessa piuttosto che
all’interesse generale della nazione.
Rimane, per fortuna, il referendum abrogativo, voluto da ottocentomila
italiani per la modifica della legge elettorale esistente. Se gli
italiani lo approvassero, il premio di maggioranza andrebbe al partito
maggiormente votato anziché alla coalizione, come nella legge
esistente. E la soglia di sbarramento sarebbe al 4 per cento, senza
eccezioni. Può darsi che qualcuno cerchi di aggirare l’ostacolo
trasformando la coalizione in un partito fittizio, destinato a
sciogliersi dopo l’inizio della legislatura. E può darsi che il 4 per
cento non basti a sveltire il Parlamento. Ma il referendum sarebbe un
sasso nello stagno della politica nazionale. Resto comunque convinto,
caro Segni, che la strada maestra per la modifica del sistema politico
non sia tanto la legge elettorale quanto la riforma della Costituzione.
Un premier più autorevole e dotato di maggiori poteri è probabilmente
il solo modo per eliminare quella «nostalgia dell’impotenza» che
garantisce la sopravvivenza dei politici e il declino del Paese.

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